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di Maria Fortunato
21 Dicembre 2009
Intervista a Maria Fortunato, che collabora al Progetto Leggere Dante Oggi, ricca e autorevole fonte di materiali didattici per docenti e studenti.
Che cosa comporta oggi che Dante sia stato cittadino del mondo?

La risposta a questa domanda, in parte, sta nell’introduzione al percorso didattico proposto con Leggere Dante nel quale si evidenziano due elementi importanti: il primo è riferito all’analisi precisa e puntuale di Auerbach quando afferma quanto sia “universalmente riconosciuto che nella storia della cultura europea il Rinascimento rappresenta un'unità, e che l'elemento decisivo di questa unità è l’autoscoperta della personalità umana; ed è pure universalmente vivo il senso che Dante, nonostante la sua immagine medievale del mondo, stia anche qui all'inizio”; il secondo elemento mette in luce che le parole del critico riprendono, in fondo, quanto scrive Cicerone nel Pro Archia. Lo scrittore latino, quasi a concludere la difesa tecnica del poeta greca Archia, suo maestro, al diritto alla cittadinanza romana contestatagli, apre l’opera ad un’ampia dissertazione sul concetto di “humanitas”, come di formazione della persona umana e invita i suoi dotti ascoltatori a non stupirsi del fatto che anche la poesia come la matematica, la filosofia abbiano concorso alla sua formazione di grande avvocato del foro e di magistrato, poiché – egli dice – più discipline vi hanno concorso e cioè quegli “studia quae ad humanitatem pertinent”. E dell’humanitas, cui si riferisce Cicerone, è ricca la Commedia dantesca nella quale è possibile cogliere la personalità del Sommo Poeta, partecipe del travaglio spirituale che contraddistingue la fine del mondo medievale –[ricordiamo De Sanctis, quando scrive “ Dante chiude un mondo …”], ma aperto tuttavia al mondo e alle vicende umane, alle passioni intellettuali, perché, accanto a Lucano e Virgilio, legge Tommaso e Averroè, Gregorio Magno e Avicenna, Bonaventura e Severino Boezio. Così quel concetto di humanitas che gli proveniva dalla lezione dei classici latini, filtrato dalla concezione cristiano-tomistica, veniva costantemente a incontrarsi e scontrarsi con gli apporti della cultura araba, in un tentativo di conciliazione e accettazione del “ diverso”, che era alla base della lezione ellenistica di Molone da Rodi, il maestro di Cicerone e iniziatore di quel movimento che si chiama eclettismo [nel senso pieno etimologico di ε̉Κ λε̉γω – ε̉Κ λόγω, cioè "da (qui) traggo, scelgo, da (qui) parte il ragionamento"]. E questo ciclopico sforzo di rielaborazione del pensiero umano alla luce delle proprie convinzioni e “dell’attuale e del presente” dà Dante una nuova visione del mondo e un nuovo concetto di humanitas; è questa la “nuova”, o meglio, rivisitata visione ellenistica della cittadinanza del mondo. Il Poeta è sempre cittadino appassionato degli eventi politici legati alla sua Firenze, non rinnega mai i suoi ideali civili per i quali ha combattuto, tanto che gli echi risuonano spesso nella Commedia. Molti studiosi “hanno concordemente sottolineata la costante presenza nell'opera dantesca di una «dimensione» squisitamente «cittadina» e «comunale»”, ma accanto a questa, senza alcuna contraddizione si pone la “sua difesa dell'ideale politico universale dell'Impero, ed anzi ne costituisce un presupposto storico inevitabile e diretto. In effetti, il vero tipo «naturale» dello stato, dell'umana «respublica» fu e restò sempre per Dante la «città - stato», concepita come un'associazione di uomini uniti fra di loro allo scopo di «vivere e ben vivere» […] Anche quando l'interesse e la passione politica di Dante sembrano volgersi esclusivamente all'apologia del carattere assoluto e «originario» della monarchia universale, non per questo egli dimentica mai quella prima, essenziale realtà politica dalla quale ha tratto i suoi ammaestra¬menti di cittadino e di magistrato. Certo, come tutti gli altri scrittori e polemisti contemporanei, anche l'Alighieri ha ben presenti le altre strutture politiche del suo tempo, riconosce che lo scopo della convivenza civile può esser raggiunto non solo nella civitas ma anche nel regnum …” (cfr. Vasoli.) L’esigenza costantemente sentita di un rinnovamento etico civile e spirituale cui l’umanità avrebbe dovuto tendere fanno di Dante un cittadino del mondo, un esempio di rigore morale ed intellettuale non così fuori contesto e inattuale come potrebbe sembrare.
Una radicale e innovativa scelta linguistica come fu quella compiuta da Dante con l’uso del volgare è paragonabile all’emergere attuale dei nuovi linguaggi veicolati dai media digitali?
Può essere paragonabile se sui nuovi linguaggi si fa una riflessione profonda simile a quella che fece Dante quando decise di usare il volgare; non è il caso in questa sede di riprendere i temi del “D e Vulgari Eloquentia”; ricordo soltanto che la scelta del volgare era da un lato legata alla necessità di rivolgersi ad un pubblico più ampio, dall’altro posta da una precisa esigenza poetica e linguistica in quanto il latino limitava le possibilità creative del Poeta essendo ormai diventata una lingua cristallizzata. L’irrompere nel nostro mondo della cultura di internet ha profondamente mutato la realtà nella quale ci muoviamo: pensiamo ai blog, alle chat, ai forum, ai siti, tutti luoghi virtuali in cui si comunica non solo in modo diverso rispetto al passato, ma anche in un ambito di comunicazione a più voci e in contemporanea e, per di più, con nuovi linguaggi veicolati dai media digitali. Viene in mente Antonio Calvani quando afferma che “la tecnologia si colloca … sempre e comunque all'interno di un sistema in cui gran parte è dato da componenti extra-tecnologiche” e, dunque, occorre una sorta di “ saggezza tecnologica”. Chi viene da un mondo un tempo popolato solo da libri, da pinacoteche visitate con calma, soffermandosi davanti ad ogni singolo quadro, da concerti gustati nel silenzio interiore, vive in una realtà assai più complessa e dinamica; si ritrova a calarsi – su un piano intellettuale – nel dialogo tra Thamus e Theuth narrato da Platone nel Fedro. In termini attuali deve riflettere sulla possibilità che sorga una sorta di nuovo umanesimo da una sinergia feconda tra saperi/linguaggi tradizionali e nuovi linguaggi veicolati, appunto, dai media digitali, in un rinnovato rapporto tra tecnologia e cultura. A questo proposito va aggiunta un’altra considerazione: la tecnologia, e i nuovi linguaggi che supporta, in qualche modo “contamina” i linguaggi tradizionali; bisogna quindi “indagare tali contaminazioni” con modalità e strumenti che non possono essere quelli tradizionali. Non posso applicare ad un libro interattivo le stesse categorie di analisi che uso nei confronti di un testo scritto. Occorre dunque inventare una nuova grammatica che spieghi, delinei, strutturi: il punto di partenza potrebbe essere quello di utilizzare la tecnologia e di piegarla in modo che interpreti e dia nuova veste a quanto abbiamo in mente.
Perché lei ha scelto le mappe concettuali quali strumenti di lavoro? Che specifica funzione didattica hanno?
L’uso delle mappe concettuali nella didattica dell’italiano risale alla mia decennale esperienza di insegnamento presso la SIS Piemonte, esperienza durante la quale mi ero prefissa il compito di esplorare e rendere visibile il contributo sempre crescente offerto dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione all’insegnamento della lingua italiana e della letteratura, nel rispetto del valore formativo delle discipline e della centralità del testo linguistico/letterario. Per i presupposti teorici relativi all’uso delle mappe mi riferisco sia agli scritti di Novak, sia a quelli di Ausubel che afferma: “Se dovessi ridurre tutta la psicologia educativa ad un solo principio, direi questo: il fattore di gran lunga più importante nell'influenzare l'apprendimento è ciò che l'alunno già conosce. Verifichiamo quindi le sue conoscenze preesistenti e istruiamolo di conseguenza”. Le mappe concettuali sono uno strumento utile per verificare sia le conoscenze pregresse dell’allievo, sia per organizzare le nuove; esse permettono, inoltre, un approccio individualizzato dell’apprendimento, che diventa più veloce, più agile, meno oneroso. L’apprendimento con l’uso delle mappe è costruttivo, permette, inoltre, attraverso l'interfaccia del mezzo informatico che lo studente interagisca direttamente. Poiché i nuovi media ormai irrompono nella scuola è opportuno, quindi, individuare occasioni concrete di uso mirato di software per l’organizzazione della conoscenza in funzione della costruzione di percorsi di apprendimento. D’altro canto il nuovo è figlio del vecchio perché non sarebbe nuovo se non si confrontasse col vecchio. Non possiamo dimenticare che la cultura è anche e soprattutto viaggio della mente “nel mare dell’essere” di memoria dantesca. Per orientarsi nel viaggio occorre conoscere la rotta del pensiero e farsi guidare dalle stelle, che nella concezione di Dante non compongono solo il firmamento, ma insieme ai pianeti sono parte attiva del creato e partecipi dell’armonia del tutto. Anche l’allegoria, tanto cara ai classici nella forma della similitudo, e a Dante, nella veste di ardito accostamento concettuale, altro non è che una mappa, secondo il suo valore etimologico (allēgoría, da állos ‘altro’ e agoréuein ‘parlare’ = discuto/parlo d’altro/di altre cose), per far nascere un accostamento intellettuale. A tale proposito è pertinente la definizione che di allegoria dà H. Lansberg: “È la sostituzione del pensiero che s’intende per mezzo di un altro pensiero che si trova in un rapporto di somiglianza con il pensiero che si vuole intendere”.
Leggere Dante significa anche riconoscere un valore educativo proprio della poesia?
“Spesso la poesia - scrive la Simeoni - viene giudicata inutile, sembra che non serva a nulla, non ha compiti né funzioni, è la più aerea fra le arti, la più inconsistente… Eppure Essa ci aiuta a dire la verità sulle cose, a dettarci frammenti di verità del nostro vivere, ci insegna a contemplare, a ricordare, a rispettare il proprio e l’altrui destino; attraverso la parola-rivelazione, che nel verso si materializza, prende la consistenza di un valore tutt’altro che effimero, e sostiene l’artista nella sua avventura”. È una citazione non fine a se stessa e in qualche modo riassume l’antica querelle sul senso e sul valore dell’arte: espressione del sé, fine a se stessa, o confronto con l’altro da sé e veicolo di comunicazione del pensiero, delle esperienze dell’artista all’umanità tutta, quale strumento di condivisione e di dibattito? La critica letteraria antecedente a Benedetto Croce sembrava accogliere il secondo aspetto come fondante l’ispirazione dell’artista e, in particolare, del poeta. La lezione dei classici latini docet. Accanto all’aspirazione alla gloria sempiterna (“exegi monumentum aere perennius”, Orazio, Odi, III, 30), c’è la volontà di trasmettere ai posteri un messaggio, dei valori che si credono eterni e perciò atti ad essere eternati al di là delle mode e dell’intemperanza dei tempi. Per Foscolo, poesia è l”armonia che vince di mille secoli il silenzio e salva l’uomo dall’oblio del tempo e dal “naufragare nel mare del “nulla eterno”; per Baudelaire è preferibile “Un giorno senza pane, ma non un giorno senza poesia”. In quest’ottica “leggere Dante” e, in particolare, la Commedia vuol dire nutrire lo spirito non di dettami poetici e stilistici (che pure meritano la nostra attenzione), ma assorbire quei valori di humanitas che trascendono il contesto storico - culturale del Poeta.
Per gli approfondimenti si propone una breve Bibliografia e Sitografia
Auerbach Erich, Studi su Dante, Milano Feltrinelli,1963. Ausubel David Paul, Educazione e processi cognitivi, Franco Angeli, Milano, 1978. Cramerotti Sofia, Le mappe concettuali di Novak come strategia di facilitazione per l’apprendimento, Centro Studi Erickson – Trento Lavore Virgilio, Latinità, Milano, Principato, 1974. Simeoni Bianca Maria, Il valore di comunicazione della poesia (Testo della conferenza tenuta nel 2003 presso l’Università Binghamton di New York) Vasoli Cesare, Dante Alighieri dalla «città» all’Impero: premesse di una riflessione politica, in Storia delle idee politiche, economiche e sociali (Luigi Firpo, a cura di), Torino, UTET, 1995.
L'intervista alla Prof.ssa Maria Fortunato è stata curata da Francesco Vettori, per l'Ufficio Comunicazione dell'Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell'Autonomia Scolastica.
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